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27 novembre 2007

...e si tornò a parlare di politica.

Pubblico il mio intervento al coordinamento provinciale del PD riunitosi per eleggere il coordinatore provinciale.

L’incontro di oggi ha lo scopo principale di eleggere il coordinatore provinciale del partito democratico reggiano. E sono contento – sinceramente, per ragioni umane e politiche – che si vada verso l’elezione di Giulio.
Anche perché, come già ci siamo detti in altre occasioni, mi pare giusto che chi più ha creduto in un progetto, chi più ha fatto perché questo progetto si realizzasse, sia poi colui che ne assume la guida.
Inoltre anche per i caratteri fortemente innovativi che questo nuovo percorso politico implicitamente contiene, penso sia un bene che la guida sia il più possibile esperta, autorevole, affidabile, sia verso le dinamiche interne che si stanno andando a costruire ma che vedono una sorta di inevitabile ‘vuoto’ di legislazione (in attesa di uno statuto, di un regolamento, etc.), sia verso tutti coloro che guardano con speranza e interesse al partito democratico (quei ‘portatori di disinteresse’ felicemente citati da Giulio nel suo intervento).

Con l’elezione di oggi, finalmente, torniamo a fare politica, ad occuparci un po’ meno di dispositivi, decaloghi, ‘dispacci’, e un po’ più dei temi che riguardano la vita delle persone. Anche per questo serve una guida autorevole: a conquistarsi quella autonomia, quegli spazi di libertà ed autogoverno, vera anima di un partito che proclama di voler essere a struttura federale. (In tal senso, forse, il ragionamento di partito liquido/solido/strutturato andrebbe aggiornato ai vari contesti territoriali). E nel compiere questo esercizio di libertà ed autonomia non posso non sollecitare un uso sostanzioso di creatività, fantasia…e buon senso (che non deve mai mancare).
Mi piace qui sottolineare tre principi che mi piacerebbe che il nuovo partito avesse in comune con la cooperazione: 1 testa, 1 voto (o come è stato detto ancora più efficacemente, 1 testa, 1 pensiero); il principio della porta aperta da subito (nei livelli comunali credo sia importante coinvolgere almeno quelli che hanno votato il 14 ottobre, non necessariamente solo quelli); l’intergenerazionalità (in senso lato, credo sia una chiave di lettura dei problemi molto diversa da quella meramente generazionale, e più efficace nella soluzione di molti problemi che hanno a che fare con la modernità).

E poi finalmente siamo dotati anche di un simbolo, elemento importante proprio in quanto efficace sintesi di passioni politiche, programmi e razionalità della comunicazione. Naturalmente credo che, un po’ similmente a quanto avviene con la formazione della nazionale di calcio, dove ogni italiano si sente commissario tecnico, anche qui, ognuno di noi, avrebbe avuto un idea ‘migliore’.
Per quanto mi riguarda, a me il nuovo simbolo piace. Sono contento che anche la nostra cultura politica renda esplicito il riferimento alla bandiera italiana, richiamo a quel ‘patriottismo dolce’ di cui vogliamo farci portatori (e sembra in questo contesto doveroso ricordare Daniele Paladini, che ha perso la vita in Afghanistan).

Quella patria che però oggi non può essere ricondotta unicamente al solo territorio nazionale, ma che vede il contesto europeo, come lo spazio in cui la politica tutta, ma per quanto riguarda l’Italia, la politica riformista in particolare, deve trovare i propri riferimenti. L’europeismo, dopotutto, è stata una determinante della politica del centrosinistra, sin dal primo governo dell’Ulivo, ed è sicuramente uno degli elementi distintivi che ci caratterizzano rispetto sia al centrodestra che alla sinistra radicale, quindi che caratterizzano la nostra identità.

Ma forse non siamo ancora sufficientemente consapevoli di questo. Basti pensare allo storico raggiungimento dell’obiettivo-Euro, visto come un mero aggiustamento di bilancio verso un risanamento dei conti pubblici. Quando invece è stato molto di più.
Ad esempio, per quanto riguarda il nostro sistema economico, anche quello reggiano (basta pensare al numero di casi di successo e quotazioni in borsa che hanno coinvolto le imprese del nostro territorio) in questi anni vi è stata una vera e propria rivoluzione silenziosa. Fatta di lavoro, impegno, coraggio e rischio. E non lo dico io, lo dicono le statistiche.

Dall’avvio del processo di convergenza verso l’Euro ad oggi le nostre esportazioni, sul totale delle esportazioni mondiali, sono un po’ diminuite (e nel frattempo è aumentato notevolmente il commercio internazionale, e questo ha fatto parlare per molto tempo di ‘declino’). Ma se si guarda alla composizione di quelle esportazioni si scopre che sono diminuite tantissimo se misurate in quantità fisiche, ma relativamente aumentate per quanto riguarda il valore. Questo è chiaramente la prova del processo di ristrutturazione del nostro sistema imprenditoriale, ancora più significativa se si pensa che le specializzazioni settoriali italiane sono in attività tra le più esposte alla concorrenza internazionale.

La stessa politica riformista oggi deve esplicarsi nel campo della questione salariale, possibilmente con un briciolo di consapevolezza in più, che individui la possibile soluzione di questo problema non tanto in rivendicazioni salariali genericamente più alte da parte dei sindacati, oppure da una minore pressione fiscale (cose che comunque vanno, con saggezza, perseguite), ma da un impegno importante e precipuo in direzione di una maggiore produttività, e quindi di un peso relativamente più importante della contrattazione decentrata. In questo contesto, merita attenzione, il recente risultato dell’elezione delle RSU nelle amministrazioni pubbliche della nostra provincia, dove era in corso un dibattito vivace su alcune questioni tra l’ente pubblico e le parti sindacali. Così come l’espressione di milioni di cittadini e lavoratori nel referendum sindacale sul protocollo del welfare.

Altre questioni che il partito democratico reggiano non può esimersi dall’affrontare sono quelle legate alla riforma della pubblica amministrazione e, più in generale alla cosiddetta ‘questione settentrionale’modernizzazione, infrastrutture, sicurezza e legalità, immigrazione, etc.). In particolare per quanto riguarda la prima, occorre, proprio in quanto produttori di buona tradizione, essere tra gli alfieri di questo importante nodo programmatico.

Questo era solo un esempio di quello che dobbiamo cominciare a fare tutti insieme.

Mi piace concludere con le belle parole, piene di speranza, che Remo Bodei ha utilizzato in un suo saggio sul rapporto tra felicità e politica: “Oramai possiamo chiedere altro alla politica, dobbiamo impegnarci a chiedere altro. Alla politica bisogna chiedere, se non felicità, una vita meno carica d’ingiustizia e di rassegnazione, alla politica bisogna chiedere la possibilità di avere questo colpo d’ala che la riporti, attraverso le vicissitudini che ha subito, verso un’impresa collettiva. Perché essere felici da soli è come danzare in un lazzaretto o sulla tolda del Titanic. Perché la felicità solitaria sa di muffa se non viene ossigenata e non viene areata da una dimensione pubblica.”

Direi che è già un bel programma.




permalink | inviato da tenax il 27/11/2007 alle 8:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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