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27 novembre 2007

...e si tornò a parlare di politica.

Pubblico il mio intervento al coordinamento provinciale del PD riunitosi per eleggere il coordinatore provinciale.

L’incontro di oggi ha lo scopo principale di eleggere il coordinatore provinciale del partito democratico reggiano. E sono contento – sinceramente, per ragioni umane e politiche – che si vada verso l’elezione di Giulio.
Anche perché, come già ci siamo detti in altre occasioni, mi pare giusto che chi più ha creduto in un progetto, chi più ha fatto perché questo progetto si realizzasse, sia poi colui che ne assume la guida.
Inoltre anche per i caratteri fortemente innovativi che questo nuovo percorso politico implicitamente contiene, penso sia un bene che la guida sia il più possibile esperta, autorevole, affidabile, sia verso le dinamiche interne che si stanno andando a costruire ma che vedono una sorta di inevitabile ‘vuoto’ di legislazione (in attesa di uno statuto, di un regolamento, etc.), sia verso tutti coloro che guardano con speranza e interesse al partito democratico (quei ‘portatori di disinteresse’ felicemente citati da Giulio nel suo intervento).

Con l’elezione di oggi, finalmente, torniamo a fare politica, ad occuparci un po’ meno di dispositivi, decaloghi, ‘dispacci’, e un po’ più dei temi che riguardano la vita delle persone. Anche per questo serve una guida autorevole: a conquistarsi quella autonomia, quegli spazi di libertà ed autogoverno, vera anima di un partito che proclama di voler essere a struttura federale. (In tal senso, forse, il ragionamento di partito liquido/solido/strutturato andrebbe aggiornato ai vari contesti territoriali). E nel compiere questo esercizio di libertà ed autonomia non posso non sollecitare un uso sostanzioso di creatività, fantasia…e buon senso (che non deve mai mancare).
Mi piace qui sottolineare tre principi che mi piacerebbe che il nuovo partito avesse in comune con la cooperazione: 1 testa, 1 voto (o come è stato detto ancora più efficacemente, 1 testa, 1 pensiero); il principio della porta aperta da subito (nei livelli comunali credo sia importante coinvolgere almeno quelli che hanno votato il 14 ottobre, non necessariamente solo quelli); l’intergenerazionalità (in senso lato, credo sia una chiave di lettura dei problemi molto diversa da quella meramente generazionale, e più efficace nella soluzione di molti problemi che hanno a che fare con la modernità).

E poi finalmente siamo dotati anche di un simbolo, elemento importante proprio in quanto efficace sintesi di passioni politiche, programmi e razionalità della comunicazione. Naturalmente credo che, un po’ similmente a quanto avviene con la formazione della nazionale di calcio, dove ogni italiano si sente commissario tecnico, anche qui, ognuno di noi, avrebbe avuto un idea ‘migliore’.
Per quanto mi riguarda, a me il nuovo simbolo piace. Sono contento che anche la nostra cultura politica renda esplicito il riferimento alla bandiera italiana, richiamo a quel ‘patriottismo dolce’ di cui vogliamo farci portatori (e sembra in questo contesto doveroso ricordare Daniele Paladini, che ha perso la vita in Afghanistan).

Quella patria che però oggi non può essere ricondotta unicamente al solo territorio nazionale, ma che vede il contesto europeo, come lo spazio in cui la politica tutta, ma per quanto riguarda l’Italia, la politica riformista in particolare, deve trovare i propri riferimenti. L’europeismo, dopotutto, è stata una determinante della politica del centrosinistra, sin dal primo governo dell’Ulivo, ed è sicuramente uno degli elementi distintivi che ci caratterizzano rispetto sia al centrodestra che alla sinistra radicale, quindi che caratterizzano la nostra identità.

Ma forse non siamo ancora sufficientemente consapevoli di questo. Basti pensare allo storico raggiungimento dell’obiettivo-Euro, visto come un mero aggiustamento di bilancio verso un risanamento dei conti pubblici. Quando invece è stato molto di più.
Ad esempio, per quanto riguarda il nostro sistema economico, anche quello reggiano (basta pensare al numero di casi di successo e quotazioni in borsa che hanno coinvolto le imprese del nostro territorio) in questi anni vi è stata una vera e propria rivoluzione silenziosa. Fatta di lavoro, impegno, coraggio e rischio. E non lo dico io, lo dicono le statistiche.

Dall’avvio del processo di convergenza verso l’Euro ad oggi le nostre esportazioni, sul totale delle esportazioni mondiali, sono un po’ diminuite (e nel frattempo è aumentato notevolmente il commercio internazionale, e questo ha fatto parlare per molto tempo di ‘declino’). Ma se si guarda alla composizione di quelle esportazioni si scopre che sono diminuite tantissimo se misurate in quantità fisiche, ma relativamente aumentate per quanto riguarda il valore. Questo è chiaramente la prova del processo di ristrutturazione del nostro sistema imprenditoriale, ancora più significativa se si pensa che le specializzazioni settoriali italiane sono in attività tra le più esposte alla concorrenza internazionale.

La stessa politica riformista oggi deve esplicarsi nel campo della questione salariale, possibilmente con un briciolo di consapevolezza in più, che individui la possibile soluzione di questo problema non tanto in rivendicazioni salariali genericamente più alte da parte dei sindacati, oppure da una minore pressione fiscale (cose che comunque vanno, con saggezza, perseguite), ma da un impegno importante e precipuo in direzione di una maggiore produttività, e quindi di un peso relativamente più importante della contrattazione decentrata. In questo contesto, merita attenzione, il recente risultato dell’elezione delle RSU nelle amministrazioni pubbliche della nostra provincia, dove era in corso un dibattito vivace su alcune questioni tra l’ente pubblico e le parti sindacali. Così come l’espressione di milioni di cittadini e lavoratori nel referendum sindacale sul protocollo del welfare.

Altre questioni che il partito democratico reggiano non può esimersi dall’affrontare sono quelle legate alla riforma della pubblica amministrazione e, più in generale alla cosiddetta ‘questione settentrionale’modernizzazione, infrastrutture, sicurezza e legalità, immigrazione, etc.). In particolare per quanto riguarda la prima, occorre, proprio in quanto produttori di buona tradizione, essere tra gli alfieri di questo importante nodo programmatico.

Questo era solo un esempio di quello che dobbiamo cominciare a fare tutti insieme.

Mi piace concludere con le belle parole, piene di speranza, che Remo Bodei ha utilizzato in un suo saggio sul rapporto tra felicità e politica: “Oramai possiamo chiedere altro alla politica, dobbiamo impegnarci a chiedere altro. Alla politica bisogna chiedere, se non felicità, una vita meno carica d’ingiustizia e di rassegnazione, alla politica bisogna chiedere la possibilità di avere questo colpo d’ala che la riporti, attraverso le vicissitudini che ha subito, verso un’impresa collettiva. Perché essere felici da soli è come danzare in un lazzaretto o sulla tolda del Titanic. Perché la felicità solitaria sa di muffa se non viene ossigenata e non viene areata da una dimensione pubblica.”

Direi che è già un bel programma.




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9 novembre 2007

Attualità del Principe (de Curtis, ovviamente)

Nel film "Totò, Peppino e la Dolce Vita" (si noti, 1961), c'è l'allegoria del tempo presente. In via Veneto, alle de belle turiste americane, Totò chiedeva: "E' la prima volta che venite qui a Roma, in Romagna, insomma....in Romania?"




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26 settembre 2007

TRASLOCO - verso il pd...

Ecco. Internet, senza voler essere blasfemi, dà la possibilità di essere degli dei virtuali. Per cui grazie al dono dell'ubiquità tipico della rete, per qualche tempo, potrete leggermi, in forma più istituzionale, anche qui.




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25 settembre 2007

il dialogo impossibile?

Qualcuno dica a Ahmadinejad che il fatto che non ci siano omosessuali in Iran non è una cosa di cui vantarsi. Primo perchè verosimilmente non è vero. E poi soprattutto perchè quelli che ci sono vengono impiccati, anche solo col sospetto.

Chissà se è stato un bene concedere una tribuna così prestigiosa come la Columbia University ad un tribuno antidemocratico come il presidente iraniano. Forse è la testimonianza della libertà della democrazia. Ma in questi casi mi viene sempre in mente quel che diceva Kruger: "Non discutere mai con gli stupidi, la gente potrebbe non capire la differenza".
Forse, il dialogo, perchè sia possibile, ha bisogno di un terreno comune. Forse questo terreno comune possono esserlo solo la democrazia e la libertà.




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20 settembre 2007

Veltronomics - se non fossero solo parole...

Se non fossero solo parole quelle che Veltroni, nel suo tour elettorale, continua a pronunciare sulla politica economica? Se la sinistra fosse veramente pronta, dopo il riflusso istintivo antiberlusconiano, a lanciare la sua battaglia culturale e politica su alcuni importanti temi?
Io intanto me li segno, in attesa, spero infinita, delle dovute riflessioni e sprecisazioni e del canonico 'mi avete frainteso'.

1- contratto unico per tutto il lavoro dipendente a tempo indeterminato con diverse soglie di garanzie a seconda dell'anzianità e dell'affidabilità mostrata sul posto di lavoro (e questa è grossa, che qualcuno ha portato un sacco di gente contro il feticcio dell'articolo diciotto);
2 - pagare meno, pagare tutti, anzichè il contrario. Che il fisco e le tasse non servono per redistribuire, ma semmai per pagare i servizi. E nn s'era mai sentito un leader della sinistra dire che a fronte del versamento fiscale il cittadino deve ricevere buoni servizi, che esiste un nesso tra tasse e prestazioni dello Stato, e che diminuire la pressione fiscale è un modo per diminuire l'evasione;
3 - finalmente si parla di riforma e razionalizzazione della pubblica amministrazione (anche se si deve registrare il disaccordo tra Damiano e Nicolais, ma comunque si tratta di due impianti culturali fortemente riformisti: scegliamone uno e portiamolo avanti con decisione, senza aver paura di scontrarsi con il sindacato, che tutti i partiti riformisti europei, nel riformarsi hanno aumentato il grado di autonomia reciproca tra politica e rappresentanze sociali);

In conclusione: ci sono una serie di politiche liberali che, per dirla alla Giavazzi e Alesina, farebbero crescere il tasso di efficienza quanto quello di equità nella nostra società. Ecco quale deve essere l'impronta di cultura economica del Partito Democratico. Secondo me, ovviamente.




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20 settembre 2007

R2

Cosa ne pensate della nuova impostazione e del nuovo taglio di Repubblica?
Io ne penso benissimo, credo che sia riuscita a recuperare tutto il ritardo accumulato in anni di immobilismo, sotto questo punto di vista.
Ha migliorato l'impianto grafico, ma la cosa che più mi piace è proprio la netta sparazione tra la parte quotidiana e la parte di approfondimento. Si potrebbe quasi dire, al netto delle peculiarità dei media italiani, che è quasi raggiunta la sospirata sdeparazione tra notizia e commento.




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20 settembre 2007

la diva bottiglia

 




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17 settembre 2007

la società...esiste!

A quelli che dicono che la società non esiste, che esiste solo l'individuo, consiglio di osservare bene quel che sta accadendo con la crisi dei mutui, soprattutto in Inghilterra, dove ci sono le file ad alcune banche a ritirare i propri risparmi.

E' un classico caso-scuola: la corsa agli sportelli. Quando la gente perde la fiducia nella solvibilità delle banche può succedere questo fenomeno, irrazionale e assurdo, una classica 'profezia che si autoavvera', ma che purtroppo può avere conseguenze catastrofiche.

Le banche - come si sa - fanno di mestiere intermediazione, cioè raccolgono risparmi e fanno prestiti e investimenti. Questo naturalmente fa sì che esse non abbiano disponibili tutti i risparmi di cui sono titolari, ma questo, normalmente, non è un problema, essendo praticamente impossibile che tutti richiedano di ritirare i loro soldi contemporaneamente. Per tenere in piedi questo complesso sistema, ci sono fondi speciali di liquidità, clausole di disponibilità (per cui più un investimento è liquido, meno è rischioso, più basso è il suo rendimento e più corto sarà il lasso di tempo di attesa richiesto per ritirarlo).
In tempi di crisi però tutti, per paura di perdere i propri risparmi, come sta accadendo proprio ora in alcune banche, particolarmente esposte alla crisi dei mutui subprime, vanno in banca a ritirare il proprio capitale, e così facendo, anche su motivazioni irrazionali (che crisi non significa bancarotta), accellerano e intensificano propriola crisi dalla quale vogliono scappare, fino ai casi più gravi di vero e proprio default bancario (naturalmente le bache centrali operano per evitare ciò, per fortuna. Un fallimento bancario è un fatto gravissimo, perchè, per quanto piccolo possa essere un istituto di credito, un suo fallimento ha conseguenze endemiche per tutto il sistema. Da cui l'importanza dell'Euro, della politica monetaria, etc.).

E' un esempio importante, in questi giorni reali, del fatto che le interazioni tra soggetti, tra individui e loro reciproche aspettative, può avere conseguenze che vanno molto al di là delle intenzioni. E' un classico caso in cui si vede benissimo, purtroppo (ma esistono anche casi positivi per fortuna), che la società esiste, che è qualcosa di più che la somma di individui.

Per questo serve la politica.




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17 settembre 2007

chi Partecipa, Decide!

 
p.s. e il 20 settembre è pure la ricorrenza della presa di Porta Pia. A Castelnovo il PD sarà laico....




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14 settembre 2007

maleducazione

la cosa che meno sopporto è l'immotivata maleducazione, l'assenza di rispetto.
salviamo la forma, se vogliamo fare lo stesso con la sostanza.




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14 settembre 2007

Il PD e la rivoluzione liberale

Riporto l'articolo che appare oggi sul Corriere della Sera, recensione di DiVico del pamphlet di Michele Salvati che da domani sarà in edicola con il Riformista. Come sempre, cose molto condivisibili, auspicabili. Per cui vale la pena l'impegno. Anche se non capisco come mai poi nessuno se ne appropria e ne fa una battaglia politica e culturale all'interno del campo di centrosinistra. Detto altrimenti, non lasciamo questi temi ai margini del dibattito e soprattutto in mano alle persone sbagliate. Un ultimo appunto, prima di lasciarvi alla lettura di quel che segue: anche la libeertà religiosa e quel che ne consegue (riflessione sui temi etici, riaffermazione della laicità, etc.) è sicuramente parte non secondaria di questa battaglia (che mi piace riaffermare, deve essere, in primis culturale). Salvati, di formazione economica, ma anche fine politologo, non la tratta approfonditamente; forse appunto per il suo essere in primis un economista, ma siamo sicuri che tali temi non abbiano importanti risvolti economici?
 

Quattro anni fa Michele Salvati diede alle stampe per il Mulino un volume dal titolo Il Partito democratico, scommettendo, come scriveva nell’introduzione, che di quell’idea se ne sarebbe parlato «ancora per un bel po’». Oggi invece di sentirsi appagato dal successo della sua preveggenza, Salvati, da coraggioso ante litteram qual è, raddoppia la posta. E fa uscire domani in edicola (dove resterà per un mese), in abbinata con Il Riformista, un nuovo pamphlet: Il Partito democratico per la rivoluzione liberale. Gli addetti ai lavori leggendolo potranno esercitarsi a volontà nel cercare differenze e analogie con Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, i due economisti che stanno animando le polemiche della nuova stagione politica con il loro Il liberismo è di sinistra (Il Saggiatore). Una differenza, di fondo, va segnalata subito: Salvati è «dentro» il Partito democratico, la sera lo si può incontrare in una sezione dei Ds o in un circolo della Margherita, a Milano come a Modena, a discutere animatamente fino a notte fonda dei controversi destini della sinistra italiana. Alla vecchia maniera, si potrebbe dire, con la differenza che ora in sezione è vietato fumare. Masi può dalla pancia del Partito democratico proporre una ricetta liberale? Non si rischia di passare per masochisti condannando una forza che vorrebbe coltivare una vocazione maggioritaria a diventare invece un Partito d’Azione solo un po’ meno smilzo? Salvati, che queste domande se le è poste tante volte, anche pubblicamente, stavolta risponde passando dai contenuti. Il messaggio implicito è che la taglia dei consensi che avrà il Pd non la si può decidere a tavolino, ma dipende dalla capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi. Prendiamo le tasse, «punto dolente della sinistra ». Salvati sostiene che tagliarle è «un obiettivo condiviso dal centrodestramache anche la sinistra deve far proprio», perché bisogna lasciare la maggiore quantità possibile di risorse nella disponibilità di chi le ha guadagnate. Affermazione netta che non mancherà di attirargli critiche, magari da parte di quanti nel Pd si sono riconosciuti nell’«Elogio delle tasse», che il ministro Tommaso Padoa- Schioppa aveva scritto tempo fa proprio per il Corriere.

Salvati argomenta così
: «L’attuale disegno dei trasferimenti e delle aliquote è mal fatto, non aiuta le persone in condizioni di reale bisogno, ha effetti redistributivi deboli, non di rado conseguenze inique e non diffonde tra i destinatari gli incentivi giusti». In concreto dunque l’obiettivo di ridurre la pressione fiscale di almeno due punti entro la fine della legislatura, non solo «è un obiettivo realistico ma è giustificabile sulla base dei valori che la sinistra sostiene». Farà discutere anche il passaggio sulla sicurezza. «Dispiace di dover stabilire una relazione tra due problemi sostanzialmente diversi, l’immigrazione da una parte e la legalità dall’altra. Ma la connessione sta nella realtà oltre che nella percezione dei cittadini». Una sensazione tutt’altro che infondata, lette le «impressionanti statistiche sulla criminalità degli immigrati » recentemente pubblicate dal ministero dell’Interno. L’Italia è dunque un Paese in cui l’illegalità minore è tollerata in una misura che sarebbe inconcepibile in un altro grande partner della Ue. E non desta meraviglia che una parte, pur piccola, dell’immigrazione sia assorbita dall’industria della criminalità organizzata. Che fare? L’autore non si nasconde che «occorrono risorse, molte risorse» per rafforzare e riorganizzare le strutture di controllo e di repressione, ma anche per «attenuare il conflitto tra cittadini poveri e immigrati». Guai se i nostri connazionali che abitano le periferie delle grandi città avvertono che le scuole sono peggiorate a causa dell’immigrazione, che lo stesso è avvenuto per le strutture sanitarie, che la concorrenza degli extracomunitari rende più difficile ottenere case a prezzi accessibili. «L’immigrazione è un grande vantaggio per le imprese, ma — ammonisce Salvati — costa molto alla società, ne tengano conto gli industriali quando chiedono sgravi fiscali».

Ma in definitiva che deve fare il Pd in materia di sicurezza?
La ricetta proposta è tough on crime, tough on the causes of crime, il noto slogan blairiano che chiedeva ai suoi di essere inflessibili con la delinquenza quale ne fosse la causa ed efficaci nel rimuovere le cause sociali della criminalità. Un centrosinistra radicalmente diviso tra assessori aspiranti sceriffi e intellettuali dimissionari saprà farla sua? C’è un sancta sanctorum della sinistra tradizionale, si chiama «centralità del lavoro». Se lo dice Salvati è difficile non starlo a sentire. «Poche questioni suscitano così forti divergenze all’interno del centrosinistra come quelle legate alla regolazione del mercato del lavoro». Pietro Ichino docet, viene da chiosare. Il sancta sanctorum, prosegue Salvati, ha un’ovvia matrice ideologica che affonda nella visione classista della società e nell’età dell’oro del socialismo democratico, i trent’anni dal ’50 all’ 80 che hanno dato piena occupazione e welfare state. Ma c’è anche la prosaica difesa degli interessi dei lavoratori con posto protetto, del sindacato che li coccola e della legislazione che sinora li ha tutelati. «È comprensibile — scrive Salvati—che i lavoratori reagiscano con ostilità a mutamenti della legislazione protettiva degli anni d’oro,mala sinistra e il sindacato hanno concesso che la flessibilità richiesta dalle imprese si scaricasse tutta sui nuovi assunti, attraverso contratti con garanzie minori rispetto a quelli standard». Ma una sinistra riformista e liberale può accettare la perpetuazione di un doppio mercato del lavoro? Di iper-tutelare i fannulloni e di sprangare la porta d’accesso ai giovani? La ricetta del Pd, secondo Salvati, deve prevedere che l’ingresso avvenga con un contratto a tempo indeterminato, ma «il datore di lavoro non dev’essere frenato da vincoli legali e giudiziali che ne rendano la rescissione difficile o onerosa e dunque lo inducano ad adottare i contratti a tempo determinato». Per quadrare il cerchio, assicura Salvati, ci sono molti modi: la Francia ne sta adottando uno—contratto unico e garanzie che si rafforzano al passare del tempo — manon si tratta dell’unico immaginabile. Sforzarsi di individuarne altri fa parte integrante della creazione di un partito di nuovo conio.




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13 settembre 2007

auguri - e un ricordo

avevamo litigato.
ci eravamo lasciati.
molto.
poi, i tempi non erano ancora maturi. lo sarebbero diventati.
quella sera andammo alla festa dell'unità a bologna, a mangiare al ristorante toscano.
durante il viaggio per raggiungerla, si parlava (del più e del meno) e nei suoi occhi c'era tutta l'aspettativa di un bambino. che non poteva essere delusa, almeno quel giorno.
l'avrei delusa in altre circostanze.
scherzavo, nel dire che la promessa non ero riuscito a rispettarla.
che nonostante fosse arrivato il giorno del compleanno, non  avevo nulla da dargli.
ma che presto avrei rimediato.
può sembrare una piccola diatriba materialista.
ma era molto sentimentale, credetemi.
gli avevo promesso, l'i-pod. e non solo.
ci rimase male.
almeno finchè non tirai fuori dalla macchina un grande scatolone impacchettato.
il sostituto?
ci si avventò sopra con l'entusiasmo di un cucciolo.
strappò via la carta, aprì la scatola.
altra carta.
scavava in fogli di giornale appallottolati come una talpa.
con già un accenno di sorriso sul viso.
finchè sul fondo non comparve il sospirato.

io ero felice.
l'avevo fatto felice.
auguri.




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12 settembre 2007

La spinta dell'ideologia e l'interesse dei lavoratori

Riporto questo bell'editoriale apparso sul Sole 24 Ore di oggi a firma di Alberto Orioli. Credo che spieghi abbastanza bene i termini delle questioni in gioco, tra governo, partito democratico, parti sociali. E soprattutto su cosa debba intendersi per modernizzazione e riformismo. Che ne dite?

"Ma siamo sicuri che la Fiom faccia gli interessi dei lavoratori? Con aumenti retributivi di poco superiori all'1% annuo – perché questa è la percentuale di potere d'acquisto da coprire oggi con i contratti nazionali in tempi di tassi bassi, euro forte e inflazione sotto controllo – la busta paga percepita è praticamente immobile. Anzi, tendente al calo perché alcuni dei prezzi dei beni acquistati con più frequenza hanno dinamiche superiori a quelle dei salari contrattuali.

È evidente, quindi, che la questione salariale si deve spostare sullo scambio tra retribuzioni e produttività che solo in azienda è calcolabile con precisione e con un sistema di dati condiviso da impresa e lavoratori. È altrettanto chiaro che l'aggancio salari- produttività prevede un sistema fluttuante di remunerazione del lavoro: forti incrementi nei periodi di congiuntura favorevole, arretramenti quando il ciclo cambia segno. È l'unico modo per creare le condizioni per accrescere la torta redistributivae per partecipare alla spartizione nel modo più proficuo (come ha sostenuto recentemente Giuseppe Berta su La Stampa). Quando la variabile salariale si irrigidisce a farne le spese, come è noto,è l'occupazione.Usare razionalmente la leva retributiva da parte di chi rappresenta i lavoratori è anche un modo per continuare il percorso indicato da Bruno Trentin («Da sfruttati a produttori») verso la creazione di una identità consapevole e forte del lavoro.

L'accordo del 23 luglio crea, tra tante altre misure importanti, le premesse per modificare il modello contrattuale spostando il pendolo negoziale sulle intese in azienda: ci sono incentivi per avviare una sperimentazione che sarà, nella storia recente delle relazioni industriali, la più importante novità prodotta dalla concertazione. Il sindacato accetta l'approccio verso un modello di remunerazione flessibile; le aziende accettano di aprirsi di più alla contrattazione integrativa (che oggi copre un po' più del 30% delle imprese, pari a oltre il 75% degli occupati).

La Fiom ha scelto il no, con una formula un po' ipocrita che lascia liberi i lavoratori. Ha perso l'occasione per superare il clichè del sindacato ripiegato in una trincea anti-moderna, attento soprattutto alle guerre politiche interne alla sinistra.

Per certi massimalisti da talk show conta soltanto marcare una distanza dai contenuti – soprattutto se vagamente riformisti – per avere il privilegio della politica della mani libere, dell'irresponsabilità: è più facile rispetto alla via della mediazione faticosa. Eppure la strada del compromesso ha portato il 23 luglio – non accadeva da tempo –a un vero accordo re-distributivo, a un canovaccio con le premesse per la revisione della struttura contrattuale che le parti sociali cercano da 15 anni. Un Protocollo complesso che crea benefici reali ai molti, moltissimi che in fabbrica ci sono davvero. Sarà molto rilevante l'esito della consultazione che Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di avviare – in una importante, nuova stagione unitaria – nei luoghi di lavoro.

Sarà l'occasione per dimostrare che la concertazione è ancora un metodo valido a far crescere il Paese. Per il professor Mario Monti è un sistema asimmetrico che garantisce ad alcuni il diritto di veto e ad altri riserva solo decreti legge. Ha ragione: rappresentare anche gli interessi dei consumatori o quelli del lavoro autonomo e professionale sarà un test per la cultura di governo del futuro Partito democratico. Questo per il futuro.

Il presente ci riserva il rischio che i veti dell'ala massimalista del sindacato possano agevolare chi intenda snaturare gli accordi anche in Parlamento. La concertazione, quando viene azzerata nella sua capacità di tradurre gli accordi in azioni concrete, allora è davvero inutile. E il "boicottaggio" Fiom – qualora andasse a buon fine – potrebbe solo servire a ricreare la società delle frammentazioni, dei micro-interessi, degli egoismi furbastri, dei conflitti piccoli e grandi. Insomma, l'ennesima riprova dell'autolesionismo di chi a sinistra tenta di sfrattare il sindacato dal monolocale del lavoro."




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11 settembre 2007

cadrò e qualcuno mi prenderà

"A Venezia usavano i figli delle serve come zampironi, li mettevano nudi alle finestre e lasciavano che le zanzare se li divorassero. Siamo tutti figli di quelle serve, messi a dormire sul davanzale del cielo, pieni di pizzichi di zanzare...con la febbre, ma troppo piccolini e indifesi per reagire.

Non mi credi? Allora guardati allo specchio e prega."

"Da bambino ero più felice anche se ero triste. Dell'angelo non abbiamo nulla e dell'umano tutte le infezioni."

"Se non ci fosse la morte e la paura conseguente, e il conseguente orgoglio, se fossimo assoluti...nessuno si preoccuperebbe più dell'amore. Ci scoperemmo a ripetizione, altro che conigli, buco su buco, in un'eterna delusione di piacere, e dopo, tutto, arriveremmo a decidere, esausti, che l'anima non esiste."




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11 settembre 2007

11/09 - progresso

Sono cominciati a Ground Zero i lavori per la costruzione della Freedom Tower, su progetto dell'architetto Daniel Libeskid. Ecco. Se qualcuno ha ancora bisogno di capire come mai gli Stati Uniti sono ancora il paese, nonostante tutto, che batte la strada del futuro deve partire da qui.
Dal fatto che la tragedia che hanno vissuto, senza essere cancellata (vedi articolo dell'ottimo Gaggi sul Corriere di oggi o quel che dice da sempre Christian Rocca), non ha impedito la costruzione di un nuovo grattacielo (che i simboli contano!) a riempire la skyline di Mahnattan, da sei anni incompleta. Non ha impedito quello che epistemologicamente viene chiamato progresso.




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6 settembre 2007

BOBO

 ma qualcuno di voi si ricorda del bobo, mitico locale di misano adriatico?




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6 settembre 2007

PD, che fine ha fatto la questione settentrionale?

Durante la pausa politica di agosto, i numeri di alcune interessanti ricerche rischiano di rimanere offuscate dalle vacanze e dal chiacchiericcio sterile di troppa politica. Politica, troppo spesso poco abituata ad una riflessione pacata e non propagandistica.
Mi riferisco in particolare ai dati sul costo della pubblica amministrazione, ai risultati di uno studio sul federalismo fiscale e sulla pressione fiscale a livello locale della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani e delle piccole imprese, molto sensibili su questi temi.
Secondo l’Ufficio Studi della Cgia la Pubblica Amministrazione costa ad ogni cittadino 5.564 €, seconda in Europa solo alla Francia che però ha una macchina burocratica e dei servizi che garantisce certamente una ben diversa efficienza e qualità. Occorre peraltro essere consapevoli della notevole incidenza del debito pubblico in questa cifra e quindi del pesante handicap che il nostro paese deve al più presto recuperare.
Un altro significativo dato che giunge dallo stesso Ufficio Studi riguarda la pressione tributaria locale. Reggio Emilia si presenta molto virtuosa in questa classifica che vede come capoluogo più ‘tartassato’ Milano: ogni reggiano ha versato nel 2005 ai propri enti locali 1.575,21 €, tra tasse, tributi e addizionali varie, importo inferiore a quasi tutti quelli degli altri capoluoghi di provincia emiliani (con l’eccezione di Ravenna e Rimini, che seguono di poco Reggio). E fa impressione, ma non sorprende, che ai primissimi posti della classifica, dopo Milano per l’appunto, Aosta e Bologna, vi siano di seguito, Pavia, Mantova, Como, Lecco, Sondrio, Cremona e tutte le province del nord Italia.
Ovviamente questi dati vanno letti unitamente a quelli sull’efficienza nella spesa pubblica e della macchina amministrativa locale. Quindi oltre a discutere della pressione fiscale in termini assoluti (cosa più che mai legittima), è molto utile anche parlare di quanto la fiscalità, in questo paese, sia equa e utile in relazione alla qualità dei servizi che la pubblica amministrazione offre ai cittadini e alle imprese e magari riuscire a costruire in futuro un indicatore sintetico che tenga bene insieme i due aspetti.

La ricerca offre molti altri aspetti significativi e interessanti che la buona politica deve sforzarsi di capire, comprendere e analizzare.
E nel dibattito sul Partito Democratico, sia a livello nazionale che locale tale questione è di fondamentale importanza – come ha ben evidenziato Veltroni nel suo manifesto sul fisco – perché è indicativa della radicale trasformazione che è avvenuta nel rapporto tra individuo e società, all’interno del nuovo paradigma culturale in cui l’individuo ha un peso crescente, nelle sue responsabilità e nei suoi diritti.
E’ necessaria quindi una lettura politica di cui il nascente Partito Democratico, in Emilia-Romagna e nelle altre aree più avanzate del paese, deve farsi carico. Cercando di rispondere a queste domande: siamo disposti ad aprire un proficuo fronte politico interno, tra leadership locali e nazionali, che discuta su come investire sulle aree più avanzate (anche alla luce delle linee strategiche presentate del PTR, e della nuova stagione di pianificazione territoriale che si sta aprendo, ad esempio) per rimettere in moto l’intero sistema? Siamo disponibili a ragionare, senza censure nel rapporto tra centro e periferia del nuovo partito, dell’idea che il futuro PD avrà su come utilizzare le risorse aggiuntive che, si spera, deriveranno da una maggiore autonomia fiscale, in partite fondamentali per la competitività del nostro territorio (a partire dalle infrastrutture)?

Un partito democratico, con forte vocazione regionale e territoriale, che promuova una classe dirigente dalla schiena dritta e che affronti con coraggio temi come la riforma federale dello Stato, la questione infrastrutturale e la competitività del sistema, è una delle premesse perché il Pd che verrà possa essere strumento di modernizzazione di tutto il paese.




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6 settembre 2007

ma il mio mistero è chiuso in me...

c'è una scena, di un film abbastanza recente, 'mare dentro'.
dove il protaginista, un tetraplegico che ritiene, data la sua condizione, la sua vita non degna di essere vissuta, immagina di volare, su valli e boschi e fiumi e laghi, fino alla spiaggia dove il mare cancela i passi e le orme del suo amore.
e la abbraccia, la bacia, la ama.
e gli angeli cantano. e in quel caso è la turandot di puccini. che lo faceva volare, con la voce di qualcuno che è riuscito nell'impresa impossibile, da far tremare le vene ai polsi. lasciare tracce di sè.




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3 settembre 2007

ma forse è solo lunedì...

E’ dal ritorno dalle vacanze che sono un po’ apatico. Non in generale. Verso la politica. Che il mio pendolo si stia nuovamente spostando dal pubblico al privato? E’ probabile. Dopo tutto, il dibattito attorno al pd è abbastanza (eufemisticamente) deludente. L’attualità politica, dai lavavetri in giù, è quanto di più assurdo si possa immaginare. Non so. E’ come se le cose, mi scivolassero un po’addosso senza nemmeno accorgermene. Forse sbaglio il punto di vista. Ma reputo la politica oggi, non importante. Intendo a livello generale. Come se nel dibattito pubblico, non sia la priorità (al di là dello spazio che ovviamente le viene riservato). In molti stati (non in tutti) la classe dirigente (anche quella politica quindi) è selezionata in vari modi, ma comunque tra quelle persone che secondo qualche criterio sono considerate le migliori. Ho invece come l’impressione che l'Italia sia un classico caso di adverse selection. E il dibattito, scusate la spocchia, ma ne risente parecchio.

Ma forse è solo lunedì




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29 agosto 2007

il malato di cuore...

cominciai a sognare anch'io insieme a loro,
poi l'anima d'improvviso prese il volo....


un ragazzo che a ventidue anni gioca nelle qualificazioni di champion's league, crede di sognare. E invece no. Ci giocava davvero. Correva, si dava da fare, probabilmente senza pensare che quel fastidio che sentiva era da prendere sul serio. Correva, sognava.
Ma dai sogni, quelli belli come quelli brutti (in questo c'è par condicio) ci si sveglia. A volte un po' traumatizzati. Altre volte contenti che si sia trattato solo di un sogno.
Antonio Puerta si era svegliato. Ma l'incubo l'ha riacciuffato per la coda. Codardo!
Non sono nemmeno un tifoso del calcio. Ma quando il destino illude e poi spezza i sogni, trovo la cosa davvero atroce.
"Ho chiuso gli occhi e ho tirato. Quando li ho riaperti avevo fatto gol: lo dedico a mio nonno, che non ha mai potuto vedere il Siviglia in finale di Coopa Uefa". Sono le parole, generose, che Antonio dice in un filmato prima di una partita dello scorso anno con il Schalke. Dietro di lui lo stadio vuoto, prima del match. Oggi sarà di nuovo, tristemente, pieno. In omaggio a lui.




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26 agosto 2007

un nuovo inizio è possibile?


si ritorna, con la stessa ansia, al punto di partenza. come in un gioco da tavola, ma con il peso in più del tempo.
per fortuna i miei occhi hanno catturato abbastanza tramonti per trattenere le lacrime.
avvolgo pazientemente le maniche della camicia cercando di ottenere un risultato che abbia una parvenza di eleganza.
faccio un bel respiro, mi infilo le calze e le scarpe.
su quei piedi che avevano lasciato orme, già cancellate dall'onda successiva e calpestate da altre.
si ricomincia.




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10 agosto 2007

LE PICCOLE VACANZE - e una canzone

E finalmente arrivarono anche le vacanze.
Che poi la parola vacanza a me non è mai nemmeno piaciuta. Troppo sospensiva, fluttuante tra un prima certo, di cui, qualsiasi sia stato l’esito, si è scontenti, e un dopo che troppo spesso crea più ansia che speranza. Per questo ho sempre preferito fare dei viaggi.
Il viaggio implica una partenza, verso una meta, che può essere più o meno raggiungibile, più o meno concreta. Ma state sicuri che il più delle volte è diverso – il viaggio stesso, non solo la meta – da quello che credevate. E al ritorno, anche la geografia dei luoghi e dei sentimenti da cui siete partiti, sarà mutata.

 

Oggi è così, come nell’incipit dei ‘Fiori Blu’ di Queneau: “Il venticinque settembre milleduecentosessantaquattro, sul far del giorno, il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un momentino la situazione storica. La trovò poco chiara.”
Ecco. Al ritorno non vorrei trovare più ordine, questo no. Ma un po’ più di chiarezza e trasparenza sì. Come al mattino, quando all’alba il mare è ancora piatto, non sferzato dal vento e dalle onde, quasi il tempo si fosse fermato. Prima che la Terra, come tutti i giorni,  ricominci a girare e ad agitare gli animi e i destini. E il mare.




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9 agosto 2007

AAA cercasi.../2

"Passionale, sincera, leale, amo la notte, i delfini, gli oceani e i tramonti, amo la nutella, il circo, e le persone imprevedibili, non amo la monotonia e la noia. Cerco persone vere e sincere che mi sappiano stupire e un po' pazze come me. casella postale 131005"

"Ho 31 anni sono di Roma ma per lavoro da 10 anni a Bologna. Cerco quello che potrebbe essere definito il vero amore, mi piacerebbe trovare una persona che abbia ancora quei valori che piano piano, per via della frenetica vita, stanno scomparendo. Mi piace essere dolce, affettuoso e romantico, il tutto ovviamente senza esagerazione...il mio carattere lascerò a voi scoprirlo, se intenderete scrivermi. casella postale 785554"

"Allele, anatta, arrear, arrere, bedded, bettee, breere, caccap, ceesse, cobbob, desse, dolool, doodad, effere, emmele, emmene, ennean, essede, feyffe, gaggee, giggit, googol, gregge, hammam, hummum, hubbub, jettee, kokoon, lessee, lesses, mammal, mammee, mossoo, mutuum, nerrer, ossous, pazzaz, pepper, perree, pippin, powwow, reeder, reefer, reeffe, refeff, retree, seasse, secess, seesen, sensse, sessle, settee, sissoo, tattee, tattoo, tadded, teerer, teeter, testee, tethee, tetter, tittee, treete, unnung, veerer, weeded, zaarra. Parole di sei lettere con un'occorrenza di una lettera, due occorrenze di un'altra lettera, e tre occorrenze di un'altra lettera ancora. Cristo, ho bisogno di una donna. 41 anni. casella postale 4290"




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8 agosto 2007

AAA cercasi...

"La realtà dell'altro non è in ciò che ti rivela, ma in quel che non può rilevarti. Perciò, se vuoi capirlo, non ascoltare le parole che dice, ma quelle che non dice. Abbiamo dimenticato cosa sia guardarsi l'un l'altro, toccarsi, avere una vera vita di relazione, curarsi l'uno dell'altro. Non sorprende se stiamo morendo tutti di solitudine. casella postale 42024"

"Ciao, sono un bel micione in cerca di una bella micina! Che quando mi stringe la mano mi ami davvero, sono simpatico, allegro e generoso, mi piace andare in giro in macchina, ballare, divertirmi. Quest'anno compio 33 anni, spero di trovare la mia dolce metà per unire i nostri cuori per sempre. Baci da tenerone. casella postale 857456"

"Arrivando da una delle regioni del mondo più importanti per la produzione del carbone, tu ti aspetteresti che io mi metta ad imbrattare questo annuncio con chiari richiami al carbone e al declino dell'industria carbonifera e con possibili nostalgie su mio padre minatore e qualche aneddoto su incidenti ed eroismi e cameratismi in cui i lavoratori si aiutavano l'un l'altro in periodi di crisi. Invece a me piacerebbe parlare dei miei gatti. Uomo, 55 anni. Mi piacciono i gatti. casella postale 5380"




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7 agosto 2007

pulito

- Dormivi? Ti ho svegliata? –
- No, mamma, sono le cinque del pomeriggio, non stavo dormendo. Stiravo–

A volte mi chiedo se sia una caratteristica di tutte le madri del mondo o sola della mia: il farti sentire in colpa anche quando non ce n’è motivo. Chiedermi se dormivo in pieno giorno. - Io e Giacomo siamo invitati a una cena da amici stasera, gli stavo stirando la camicia –
- Non ti sei ancora stancata di quello? –
A mia madre non piace il mio secondo marito. Non le è mai piaciuto. Adorava troppo il primo per poterne accettare un sostituto, chiunque fosse stato.
A Giacomo riconosce solo dei difetti: scarsa personalità, ritrosia, poca propensione al dialogo. Dice anche che è sporco, che non si lava abbastanza. Naturalmente non è vero. E’ successo che una volta, mentre andavamo a trovarla in macchina, si è guastato qualcosa nel motore. Giacomo ha trafficato per mezzora ed è riuscito a sistemare il danno in qualche modo. Quando siamo arrivati da lei aveva le mani sporche d’olio e la camicia sudata. Questo incidente l’ha marchiato per sempre ai suoi occhi. - Non ci si presenta così a casa della gente – ha sentenziato.
– Ma tu non sei “la gente”-le avevo fatto notare. – Sei la famiglia-.
- Beh, cos’è? Adesso non si rispettano più i familiari? – aveva concluso lei seccata.
Questa è un’altra delle sue abilità: quella di saper chiudere una conversazione anche con una domanda. Ultimamente non ci vediamo più tanto spesso. Viviamo a sole due ore di macchina, ma io non ho la patente e Giacomo non muore proprio dalla voglia di farle visita spesso. Com’è ovvio.
La nostra relazione ora si svolge quasi solo al telefono. Riesco sempre a capire quando è lei che chiama, e non perché utilizzi suonerie diverse, non sarei neanche capace di inserirle. No, è l’insistenza, la tenacia, che mi conferma ogni volta che c’è lei all’altro capo dell’apparecchio.
Voglio dire, trenta squilli. Chi altri?
- Non capisco cosa ci trovi in quello –
- Mamma, Giacomo è un bell’uomo per cominciare. E poi è gentile, garbato, mi porta sempre fuori, mi fa divertire… -
- Franco era un signore. Con lui sì che era un piacere uscire -.
Non riesco proprio a capire perché lo faccia. Sa bene quanto dolorosa e difficile sia stata la separazione dal mio primo marito. Eppure periodicamente lei tira fuori di nuovo l’argomento. Le ho spiegato più di una volta quali sono state le ragioni del divorzio, ma lei semplicemente non ha mai voluto credermi.
- Mi ricordo ancora quando Franco ci portava al ristorante. Che gentiluomo. Mi spostava la sedia, mi faceva accomodare… -
- Erano tutte scene, mamma –
- Era eleganza. Una cosa che quel tuo Giacomo non sa neanche dove stia di… -
Basta, questo è troppo. Esplodo.
- Mi picchiava mamma, vuoi rendertene conto? Mi ha spaccato il labbro con un pugno. Mi ha violentato più di una volta. Avevo della lacerazioni, Cristo, VUOI CAPIRLO? –

C’è un momento di silenzio attonito sulla linea, fatto di fruscii, scariche lontane, emozioni trattenute. Poi lei riprende a parlare. Dice: - Prima di metterti con Giacomo non urlavi così con me -.

Questa è mia madre.




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7 agosto 2007

contrordine compagni!

Fassino: "Inutile aprire ad Hamas. Con i fondamentalisti come partner impossibile rilanciare i negoziati. Dobbiamo sostenere Abu Mazen".




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7 agosto 2007

MOVIELIST - la magnifica illusione

Dopo aver fatto una personale classifica di canzoni e libri, legata al momento, al periodo estivo, insomma per niente affatto definitiva, e con la partecipazione di altre menti nella responsabilità di alcune posizioni, provo a fare lo stesso, nel campo - forse - più difficile: quello dei film. Il campo prediletto dal futuro capo del PD, quello dove conta l'arte, la poetica, ma anche la tecnica. Il campo dove i gusti nascondono la morale, quello che più di ogni altro ha saputo interpretare sogni e aspirazioni delle persone, ma anche la realtà della vita quotidiana e la sua magnifica illusione.

1. La dea dell'amore, di Woody Allen
2. Dogville, di Lars Von Trier
3. La mia vita a quattro zampe, di Lasse Hallstrom (by Gianni Cuperlo)
4. Arancia Meccanica, di Stanley Kubrick
5. Time, di Kim Ki-Duk
6. Parla con lei, di Pedro Almodovar
7. Il cielo sopra Berlino, di Wim Wenders (by Krustian)
8. Il Laureato, di Mike Nichols
9. La strada, di Federico Fellini
10. L'avvocato del diavolo, di Tylor Hackford
11.
12.
13. L'arte del sogno, di Michel Gondry
14. La finestra di fronte, di Ferzan Ozpetek
15. Rashomon, di Akira Kurosawa (by Adele Parrillo)
16. I segreti di Brokeback Mountain, di Ang Lee
17.
18. Colazione da Tiffany, di Blake Edwards
19. Moulin Rouge, di Baz Luhrmann (by Massimo)
20. Shortbus, di John Cameron Mitchell


Naturalmente, aspetto, come al solito i vostri suggerimenti, per riempire gli spazi. Non dovrebbe essere difficile.




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6 agosto 2007

MERCATO DA SLEGARE

Riporto il bell'editoriale comparso ieri sulla Stampa a firma di Luca Ricolfi, stimato politologo che si sforza di inserire germi di originalità all'analisi politica. Un consiglio di lettura (insieme a quello citato nell'editoriale) per l'estate potrebbe essere il suo "Perchè siamo antipatici - la sinistra e il complesso dei migliori", che credo sveli molto delle cause dei problemi del centrosinistra italiano (che in un sistema bipolare sono sempre problemi di tutti).


MERCATO DA SLEGARE - di Luca Ricolfi

Sono passati esattamente trent’anni da quando uscì in Italia la traduzione di un celebre libro degli Anni 70, La crisi fiscale dello Stato, dell’economista neomarxista James O’Connor. A quei tempi le nostre società venivano da un lungo periodo di crescita economica, di espansione dell’intervento pubblico. Ma venivano soprattutto da un progressivo ampliamento del cosiddetto Stato sociale, ossia delle istituzioni preposte a garantire a tutti istruzione, salute, assistenza, e una pensione nella vecchiaia. Il libro di O’Connor, come molti altri usciti in quegli anni, prendeva atto che quel tipo di sviluppo stava irrimediabilmente tramontando: l’economia, dopo il doppio choc degli incrementi salariali (fine Anni 60) e della prima crisi del petrolio (1973), era intrappolata nella «stagflazione», miscela esplosiva di stagnazione e inflazione, mentre i quattrini che il fisco riusciva a drenare dalle tasche di famiglie e imprese non bastavano a tener dietro all’impetuosa domanda di welfare, ossia di nuovi e migliori servizi sociali.

Di qui il trilemma di tutte le economie sviluppate: aumentare le tasse, lasciar correre il debito pubblico, ridimensionare lo Stato sociale. Di qui anche - soprattutto da parte della sinistra - il giustificato timore che la risposta alla «crisi fiscale dello Stato» finisse per risolversi in un più o meno radicale ridimensionamento di quel gioiello sociale pazientemente costruito in trent’anni di pace e tenacemente difeso dalle organizzazioni dei lavoratori un po’ in tutto l’Occidente. Oggi, a tanti anni di distanza, non si può dire che quei timori fossero del tutto infondati. Almeno in due casi, quello degli Stati Uniti (Reagan) e del Regno Unito (Thatcher), la risposta principale alla crisi fiscale dello Stato fu effettivamente un ridimensionamento dello Stato sociale, talora accompagnato da drastiche riduzioni delle tasse e da bilanci pubblici in rosso, ma sempre compensato da buoni risultati in termini di crescita dell'economia. E tuttavia se guardiamo all’Europa, e in particolare all’Italia, è difficile non vedere che oggi, dopo tre decenni di vani tentativi di venire a capo di quel problema, i suoi termini si sono del tutto capovolti: chi volesse scrivere un libro sulla crisi italiana nel 2007 non potrebbe più intitolarlo La crisi fiscale dello Stato, ma dovrebbe chiamarlo, semmai, La crisi fiscale del mercato. Quel che è successo da allora, infatti, è che l’Italia ha imboccato prima - negli spensierati anni del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) - la strada della crescita senza freni del debito pubblico; poi, nei difficili anni di transizione fra la prima e la seconda Repubblica - dal primo governo Amato (1992) al primo governo Prodi (1998) - la strada del risanamento dei conti pubblici attraverso il solo aumento della pressione fiscale, ossia senza toccare lo Stato sociale; e da ultimo - nella lunga stagione che inizia con D’Alema e Amato, passa per Berlusconi e infine ritorna a Prodi - la strada del galleggiamento, con un costante deterioramento strutturale del deficit pubblico e - a partire dal 2000, ossia dall’ultimo governo di centro-sinistra prima del quinquennio berlusconiano (secondo governo Amato) - con un costante e spettacolare aumento dell’interposizione pubblica, ossia della somma di prelievo fiscale e spesa pubblica. Un aumento che, secondo le stesse stime governative, è destinato a proseguire quest'anno e, verosimilmente, anche nel 2008, anno in cui - secondo lo stesso Dpef - attendono di trovare copertura spese aggiuntive inevitabili per circa 20 miliardi di euro (oltre un punto di Pil). A trent’anni dalla stagione del «salario come variabile indipendente», ciò cui stiamo assistendo, in questi anni, è una politica economica completamente ostaggio della ricerca del consenso, una politica in cui - secondo la felice espressione di Luigi Spaventa - è la spesa pubblica l’unica «vera variabile indipendente» del sistema. La conseguenza fondamentale di questa politica, che nelle sue linee generali ha accomunato tutti i governi succeduti al primo governo Prodi del 1996-1998 (fatto cadere da Bertinotti), è stato il progressivo soffocamento del mercato, ossia delle possibilità di crescita del Paese, da parte dell’invadenza degli apparati pubblici, nella doppia veste di avidi esattori fiscali e di inefficienti erogatori di servizi. Non è forse inutile ricordare che la pressione fiscale generale in Italia è fra le più alte dell’Eurozona, ed è anzi la prima assoluta se la si calcola sui soli contribuenti onesti. Quanto alla pressione fiscale sulle imprese, siamo preceduti solo dalla Germania, ma fra pochi mesi - con la drastica riduzione delle aliquote recentemente decisa dalla Merkel - riusciremo a diventare i primi anche lì. Quest’ultimo aspetto, quello di un’insostenibile pressione fiscale sulle imprese, è particolarmente grave proprio se si pensa che sia un bene «salvare» lo Stato sociale. Contrariamente a quanto sembrano ritenere i politici della sinistra conservatrice, da Diliberto a Bertinotti, se c’è una chance di salvare lo Stato sociale essa passa sia attraverso una progressiva riduzione degli sprechi (capaci di liberare risorse per circa 40 miliardi di euro), sia - soprattutto - attraverso un sensibile aumento del tasso di crescita del Pil: da oltre un decennio, infatti, il Pil italiano cresce - chiunque sia al governo - quasi un punto in meno di quello degli altri Paesi dell’Eurozona, e tutta l’evidenza comparativa disponibile suggerisce che siano innanzitutto le nostre altissime aliquote sul reddito di impresa (oltre il 37 per cento, contro una media europea prossima al 25) a scoraggiare gli investimenti stranieri e a frenare la crescita. Passare dall’1,5 per cento al 2,5 può sembrare un cambiamento di poco conto, ma in realtà un aumento di un punto del tasso di crescita significherebbe portare ogni anno 400-500 euro in più nel bilancio familiare medio, nonché un gettito aggiuntivo di 6-7 miliardi a disposizione delle politiche pubbliche (quasi il triplo del famigerato «tesoretto»).

Da questo punto di vista non si può che accogliere con favore l’idea, ventilata in questi giorni dal ministro Visco, di tagliare gli incentivi selettivi alle imprese e usarli per una consistente e generalizzata riduzione dell’Ires e dell’Irap, ossia delle due principali imposte che gravano sui produttori. Purché, come l’esperienza degli altri Paesi insegna (e come ci ricorda Contro le tasse, il bel pamphlet appena pubblicato da Oscar Giannino), tale riduzione sia drastica e concentrata nel tempo: l’unico modo che permette al fisco di inviare segnali chiari al mercato, ponendo fine alla lunga crisi che ha reso il mercato stesso ostaggio dello Stato.




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6 agosto 2007

sei agosto - cosa può essere

non mi piace fare post commemorativi. quando li faccio, è perchè proprio non posso farne a meno. e poi ci sono date che - forse perchè sono la ricorrenza di avvenimenti che sono accaduti fuori dall'europa, sempre al centro dei nostri pensieri, sempre chiusi su noi stessi,  e in questo sì vecchi sorpresi a guardarci l'ombelico - è importante, doveroso, ricordare.
sono date che pongono ancora interrogativi inquietanti e inevitabilmente senza risposta.
è stato giusto? è stato inevitabile? l'unico modo di concludere una guerra?
(ma sono sempre più convinto, con hillman, che la guerra è finita solo quando è finita quella dentro di noi, se mai tutto questo è compatibile con la vita).
e poi: ci sono domande che mettono in discussione l'idea base della modernità, quella di progresso.
ecco. oggi è il sessantaduesimo anniversario della tragedia di Hiroshima, l'unica cosa che merita un iniziale maiuscola.
mi piace ricordarlo con le splendide immagini di un grande fotografo, shomei tomatsu, la cui bellissima antologica era fino a qualche giorno fa visibile alla galleria civica modenese.
agosto. ecco anche cosa può essere un mese come questo. una sospensione del tempo, cosa può nascondere?




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3 agosto 2007

CONCLAVISSIMA! - part 6 (ultimo episodio)

Si conclude la serie bolognese, la più irriverente verso le gerarchie cattoliche....




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