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Il PD e la rivoluzione liberale

Riporto l'articolo che appare oggi sul Corriere della Sera, recensione di DiVico del pamphlet di Michele Salvati che da domani sarà in edicola con il Riformista. Come sempre, cose molto condivisibili, auspicabili. Per cui vale la pena l'impegno. Anche se non capisco come mai poi nessuno se ne appropria e ne fa una battaglia politica e culturale all'interno del campo di centrosinistra. Detto altrimenti, non lasciamo questi temi ai margini del dibattito e soprattutto in mano alle persone sbagliate. Un ultimo appunto, prima di lasciarvi alla lettura di quel che segue: anche la libeertà religiosa e quel che ne consegue (riflessione sui temi etici, riaffermazione della laicità, etc.) è sicuramente parte non secondaria di questa battaglia (che mi piace riaffermare, deve essere, in primis culturale). Salvati, di formazione economica, ma anche fine politologo, non la tratta approfonditamente; forse appunto per il suo essere in primis un economista, ma siamo sicuri che tali temi non abbiano importanti risvolti economici?
 

Quattro anni fa Michele Salvati diede alle stampe per il Mulino un volume dal titolo Il Partito democratico, scommettendo, come scriveva nell’introduzione, che di quell’idea se ne sarebbe parlato «ancora per un bel po’». Oggi invece di sentirsi appagato dal successo della sua preveggenza, Salvati, da coraggioso ante litteram qual è, raddoppia la posta. E fa uscire domani in edicola (dove resterà per un mese), in abbinata con Il Riformista, un nuovo pamphlet: Il Partito democratico per la rivoluzione liberale. Gli addetti ai lavori leggendolo potranno esercitarsi a volontà nel cercare differenze e analogie con Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, i due economisti che stanno animando le polemiche della nuova stagione politica con il loro Il liberismo è di sinistra (Il Saggiatore). Una differenza, di fondo, va segnalata subito: Salvati è «dentro» il Partito democratico, la sera lo si può incontrare in una sezione dei Ds o in un circolo della Margherita, a Milano come a Modena, a discutere animatamente fino a notte fonda dei controversi destini della sinistra italiana. Alla vecchia maniera, si potrebbe dire, con la differenza che ora in sezione è vietato fumare. Masi può dalla pancia del Partito democratico proporre una ricetta liberale? Non si rischia di passare per masochisti condannando una forza che vorrebbe coltivare una vocazione maggioritaria a diventare invece un Partito d’Azione solo un po’ meno smilzo? Salvati, che queste domande se le è poste tante volte, anche pubblicamente, stavolta risponde passando dai contenuti. Il messaggio implicito è che la taglia dei consensi che avrà il Pd non la si può decidere a tavolino, ma dipende dalla capacità di individuare i temi giusti e le soluzioni più corrette, di essere elettoralmente competitivi. Prendiamo le tasse, «punto dolente della sinistra ». Salvati sostiene che tagliarle è «un obiettivo condiviso dal centrodestramache anche la sinistra deve far proprio», perché bisogna lasciare la maggiore quantità possibile di risorse nella disponibilità di chi le ha guadagnate. Affermazione netta che non mancherà di attirargli critiche, magari da parte di quanti nel Pd si sono riconosciuti nell’«Elogio delle tasse», che il ministro Tommaso Padoa- Schioppa aveva scritto tempo fa proprio per il Corriere.

Salvati argomenta così
: «L’attuale disegno dei trasferimenti e delle aliquote è mal fatto, non aiuta le persone in condizioni di reale bisogno, ha effetti redistributivi deboli, non di rado conseguenze inique e non diffonde tra i destinatari gli incentivi giusti». In concreto dunque l’obiettivo di ridurre la pressione fiscale di almeno due punti entro la fine della legislatura, non solo «è un obiettivo realistico ma è giustificabile sulla base dei valori che la sinistra sostiene». Farà discutere anche il passaggio sulla sicurezza. «Dispiace di dover stabilire una relazione tra due problemi sostanzialmente diversi, l’immigrazione da una parte e la legalità dall’altra. Ma la connessione sta nella realtà oltre che nella percezione dei cittadini». Una sensazione tutt’altro che infondata, lette le «impressionanti statistiche sulla criminalità degli immigrati » recentemente pubblicate dal ministero dell’Interno. L’Italia è dunque un Paese in cui l’illegalità minore è tollerata in una misura che sarebbe inconcepibile in un altro grande partner della Ue. E non desta meraviglia che una parte, pur piccola, dell’immigrazione sia assorbita dall’industria della criminalità organizzata. Che fare? L’autore non si nasconde che «occorrono risorse, molte risorse» per rafforzare e riorganizzare le strutture di controllo e di repressione, ma anche per «attenuare il conflitto tra cittadini poveri e immigrati». Guai se i nostri connazionali che abitano le periferie delle grandi città avvertono che le scuole sono peggiorate a causa dell’immigrazione, che lo stesso è avvenuto per le strutture sanitarie, che la concorrenza degli extracomunitari rende più difficile ottenere case a prezzi accessibili. «L’immigrazione è un grande vantaggio per le imprese, ma — ammonisce Salvati — costa molto alla società, ne tengano conto gli industriali quando chiedono sgravi fiscali».

Ma in definitiva che deve fare il Pd in materia di sicurezza?
La ricetta proposta è tough on crime, tough on the causes of crime, il noto slogan blairiano che chiedeva ai suoi di essere inflessibili con la delinquenza quale ne fosse la causa ed efficaci nel rimuovere le cause sociali della criminalità. Un centrosinistra radicalmente diviso tra assessori aspiranti sceriffi e intellettuali dimissionari saprà farla sua? C’è un sancta sanctorum della sinistra tradizionale, si chiama «centralità del lavoro». Se lo dice Salvati è difficile non starlo a sentire. «Poche questioni suscitano così forti divergenze all’interno del centrosinistra come quelle legate alla regolazione del mercato del lavoro». Pietro Ichino docet, viene da chiosare. Il sancta sanctorum, prosegue Salvati, ha un’ovvia matrice ideologica che affonda nella visione classista della società e nell’età dell’oro del socialismo democratico, i trent’anni dal ’50 all’ 80 che hanno dato piena occupazione e welfare state. Ma c’è anche la prosaica difesa degli interessi dei lavoratori con posto protetto, del sindacato che li coccola e della legislazione che sinora li ha tutelati. «È comprensibile — scrive Salvati—che i lavoratori reagiscano con ostilità a mutamenti della legislazione protettiva degli anni d’oro,mala sinistra e il sindacato hanno concesso che la flessibilità richiesta dalle imprese si scaricasse tutta sui nuovi assunti, attraverso contratti con garanzie minori rispetto a quelli standard». Ma una sinistra riformista e liberale può accettare la perpetuazione di un doppio mercato del lavoro? Di iper-tutelare i fannulloni e di sprangare la porta d’accesso ai giovani? La ricetta del Pd, secondo Salvati, deve prevedere che l’ingresso avvenga con un contratto a tempo indeterminato, ma «il datore di lavoro non dev’essere frenato da vincoli legali e giudiziali che ne rendano la rescissione difficile o onerosa e dunque lo inducano ad adottare i contratti a tempo determinato». Per quadrare il cerchio, assicura Salvati, ci sono molti modi: la Francia ne sta adottando uno—contratto unico e garanzie che si rafforzano al passare del tempo — manon si tratta dell’unico immaginabile. Sforzarsi di individuarne altri fa parte integrante della creazione di un partito di nuovo conio.

Pubblicato il 14/9/2007 alle 9.37 nella rubrica Diario.

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